Badante può utilizzare la telecamera per dimostrare il lavoro in nero

La badante o la collaboratrice domestica possono nascondere in tasca un registratore o una piccola telecamera spia per provare il rapporto di lavoro.

La badante o la colf in nero potrà incastrare molto più facilmente chi non vuole regolarizzarla.

Difatti, con una sentenza rivoluzionaria che la Cassazione ha emesso, i giudici hanno ammesso l’utilizzo, da parte della collaboratrice domestica, di registratori e telecamere in casa del proprio datore di lavoro.

Lo scopo, ovviamente, è precostituirsi la prova per un successivo processo nel quale chiedere arretrati, buonuscita e ferie.

Colf e lavoro nero, come incastrare il datore

Troppi sono i casi in cui i lavoratori domestici operano lì case senza regolare contratto. Si domandano se esista un modo per dimostrare il lavoro nero, e in effetto un modo c’è.

Da oggi in poi infatti tutte le colf che lavorano in nero possono mettere in tasca di nascosto un registratore o una piccola telecamera spia per dimostrare l’esistenza di un rapporto di lavoro.

A stabilirlo è stata infatti una sentenza della corte di cassazione, appunto di qualche giorno fa, secondo cui, come voluto da giudici, il lavoratore in nero può usare una telecamera o un registratore come elemento probatorio qualora abbia intenzione di porre in essere un processo nel quale chiedere arretrati, buonuscita e ferie.

Secondo la Suprema Corte, per porre in essere questa tipologia di elementi probatori, evitando di incorrere in un’accusa di violazione della privacy, devono esserci due presupposti: la collaboratrice domestica deve essere fisicamente presente, mentre la telecamera è in modalità “on”; inoltre, nell’occhio del dispositivo, non devono finire scene di vita privata.

Ecco quindi aria ai monti nell’uso dei nuovi dispositivi in una casa non nostra, anche se non autorizzati. Non importa che si riprendano oggetti appartenenti all’arredamento o presenti nei mobili. Questo non sarà considerato dalla legge come violazione della vita privata (reato punito dall’articolo 615 bis del Codice penale) a patto che non vengano ripresi momenti privati, non strettamente attinenti al lavoro della domestica.

Da quanto sinora detto è palese che una prova video potrà pertanto essere considerata nella sia ragioni d’essere e pertanto diventare utilizzabile qualora si metta in piedi un processo di lavoro.

Per la colf che ingiustamente presta servizio senza contratto di lavoro sarà legittimo l’uso di spie, microspie, da mettere nelle varie stanze del datore di lavoro a patto che non vengano registrati momenti della vita della famiglia che non hanno nulla a che vedere con l’attività lavorativa.

Sempre stando a quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, il comportamento del datore di lavoro che spia la colf lasciando microspie in casa verrà qualificato come un reato. Per i giudici va annoverato tra le violazioni delle norme dello Statuto dei lavoratori che vietano il controllo a distanza dei dipendenti.

È sempre la Corte in una vecchia sentenza ad aver spiegato come il proprietario di casa non possa riprendere gli altri convinti, ospiti occasionali o dipendenti, quando si allontana.

La sua non presenza genera nella mente degli altri la convinzione di non essere visti, e si lasciando andare quindi a dire e fare cose intime e private, che in presenza del padrone di casa non si direbbe o farebbe.

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