Decreto sicurezza sui flussi migratori

Il governo Meloni annuncia il suo primo decreto sicurezza: cosa cambia per le ONG

Fin dal giorno dell’insediamento del nuovo governo la stretta sulle ONG è rientrata tra gli obiettivi principali della maggioranza di centrodestra.

Nel Consiglio dei Ministri dello scorso 28 dicembre è stato approvato il primo decreto sicurezza del governo Meloni, che riprende alcuni punti dei decreti sicurezza del periodo in cui l’alleato di governo Matteo Salvini – oggi Ministro delle Infrastrutture – ricopriva il ruolo di responsabile del Viminale.

Le attività delle ONG impegnate nella ricerca e nel soccorso dei migranti nel Mar Mediterraneo vengono quindi fortemente regolamentate dal nuovo decreto.

In particolare, nella bozza – a cui hanno lavorato diversi ministeri – è previsto un codice di condotta che va proprio a regolare le attività in mare delle Organizzazioni non Governative, come già anticipato dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e dalla premier Giorgia Meloni.

Per essere più chiari, nel nuovo decreto sicurezza vengono fatti presente i requisiti per considerare le attività svolte dalle navi umanitarie conformi alle convenzioni internazionali e alle norme nazionali.

Vengono quindi consentite le operazioni di soccorso subito comunicate al centro di coordinamento competente per il soccorso marittimo e allo Stato di bandiera ed effettuate nel rispetto delle indicazioni della competente autorità per la ricerca e soccorso in mare.

Ma non è tutto, perché la nave che effettua salvataggi in mare deve anche operare in conformità ad autorizzazioni o abilitazioni rilasciate dalle autorità competenti e deve poter dimostrare di avere i requisiti di idoneità tecnico-nautica.

Inoltre, in caso di volontà di richiedere la protezione internazionale, è necessario avviare subito iniziative in tal senso.

Una volta completato il soccorso la nave deve subito richiedere il porto di sbarco, così da evitare i soccorsi multipli e la possibilità che le navi stazionino per giorni in area Sar. Infine, il porto di sbarco individuato deve essere raggiunto senza ritardi.

Al posto dell’attuale sistema vigente di natura penale, in caso di violazioni vengono emesse sanzioni solo di natura amministrativa, che tuttavia possono arrivare fino a 50.000 euro, con la possibile aggiunta di fermo amministrativo della nave. In più, nei casi più gravi, sono previsti anche il sequestro o la confisca dell’imbarcazione.

Per quanto riguarda la recente scelta di indicare porti di sbarco differenti rispetto a quelli consueti utilizzati in Calabria e in Sicilia (come accaduto alla Rise Above 2 e alla Sea-Eye 4, mandate rispettivamente a Gioia Tauro e Livorno), il Viminale spiega che la scelta è stata presa per alleggerire il carico delle regioni “martoriate dal flusso continuo di migranti irregolari” e per “diversificare i porti di sbarco”.

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