Offese al datore, quando è legittimo il licenziamento

Datore di lavoro e offese: quando sono legittime

La vita è molto complicata nel suo insieme, e lo stress spinge spesso le persone a dire una parola di troppo per tutto. Si ingiuria, si sbotta per ogni minima cosa, anche attraverso i social, se qualcosa non va come dovrebbe.

Questo atteggiamento di poca sopportazione troppe volte si diversa anche nel mondo di lavoro, soprattutto quando si è costretti a difendere con le unghie e con i denti il proprio posto.

Capita spesso infatti che il datore di lavoro pretenda un po’ troppo, minacciando il licenziamento in caso di dissenso, che possa essere legato ad un orario inappropriato o peggio ad una riduzione dello stipendio.

Ed ecco che sopporti oggi, sopporti domani, dopodomani ti scappa una parola di troppo, magari offensiva verso il datore. Datore che a questa ingiuria provvede direttamente a licenziare.

È legittimo in questo caso che il datore licenzi il dipendente offensivo ?

Oppure le offese possono essere giustificate in qualche data circostanza? La Corte di Cassazione si è espressa in tal senso più di una volta.

Subire un’ingiustizia giustifica le offese

Il Tribunale di Nocera Inferiore ha stabilito l’illegittimità di un licenziamento nei riguardi di un dipendente che scriva parole offensive sui social al suo datore dopo aver subìto una ingiustizia. Anzi in tal ultimo caso gli spetta anche il risarcimento e il reintegro sul posto di lavoro.

La situazione in esame vedeva il lavoratore subordinato sfogare la sua ira con toni diffamatori verso il datore su Facebook. Aveva scritto sul suo profilo, riferendosi ai superiori che erano stati ingiusti verso un collega “Che pezzi di m…..!”.

Pur essendo stato inadeguato e volgare, il dipendente all’epoca licenziato per il suo atteggiamento, è stato risarcito e riammesso al lavoro.

In tale caso infatti, pur essendo per giusta causa, il licenziamento è apparso sproporzionato in quanto l’atteggiamento del dipendente non arrecava danni all’aspetto organizzativo, produttivo ed economico dell’azienda.

Quello che scrive il dipendente viene dunque classificato come diritto di critica, anche se usando toni inopportuni. Il post non era infatti aggressivo nei riguardi dei vertici aziendali.

Offese al datore, quando è legittimo il licenziamento

Cosa accade quando il dipendente viene esasperato

Anche quando il dipendente viene esasperato da atteggiamenti stressanti aziendali, il suo tono rabbioso viene giustificato.

Questo almeno è il parere della Suprema Corte, per la quale non è possibile licenziare un dipendente che si anima nei riguardi del datore quando versa in un clima di lavoro esasperante e per nulla tollerante.

Laddove per clima intollerante si intende astrusi orari di lavoro, assenza di tutela della salute, contestazione sugli stipendi e così via.

Il licenziamento in tal caso non appare certo la migliore punizione verso il dipendente litigioso. Affinché infatti sia legittimo il licenziamento, il comportamento del lavoratore deve essere stato doloso, o meglio consapevole e volontario.

Requisiti questi che non sussistono quando le parole ingiuriose nascono spontanee e come conseguenza al comportamento provocatorio o alle tensioni dell’ambiente.

I giudici hanno fatto anche in questo caso appello al diritto di critica del dipendente. Pur essendo fedeli ed obbedienti verso l’azienda, i lavoratori non devono stare ai comodi dei datori, e hanno tutto il diritto di esprimere il proprio parere.

L’e-mail di protesta e le critiche fondate su fatti veri

Sempre la Corte di Cassazione ha stabilito che il licenziamento risulta illegittimo quando un dipendente risulta “colpevole” di aver scritto una e-mail di protesta dal tomo polemico ma niente affatto lesiva verso la reputazione dell’azienda.

Se poi le critiche mosse, in qualunque modo dal datore di lavoro, si fondano su elementi veri, il licenziamento sarà nullo.

Questo in qual considerato ritorsivo, ovvero scaturente da una reazione vietata ad un atto legittimo e non arbitrario del dipendente.

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