La condanna penale per appropriazione di beni aziendali non basta per licenziare

La condanna penale per appropriazione di beni aziendali di scarso valore non è un motivo sufficiente per licenziare in tronco un dipendente: in questo senso si è espressa la Corte di Cassazione con la sentenza n. 15058 del 17 luglio 2015 in cui ha respinto il ricorso di un datore di lavoro (una cooperativa di consumo) contro la pronuncia di II grado che imponeva l’obbligo di reintegra di 5 dipendenti, condannati in sede penale per aver consumato sul posto di lavoro beni alimentari aziendali di scarso valore (un succo di frutta, una bevanda in bottiglia, quattro merendine e una vaschetta di gelato).

La cooperativa di consumo, considerata sia la condanna che il comportamento consapevole dei dipendenti, aveva applicato la massima sanzione disciplinare, cioè il licenziamento per giusta causa, basandosi anche sulla contrattazione collettiva che, in caso di appropriazione indebita di beni aziendali, giustifica il licenziamento ex art. 2119 c.c.

La Cassazione, confermando il giudizio di II grado, ha invece ritenuto illegittimo il licenziamento: il giudice di merito deve valutare nel concreto se la condotta e la gravità degli addebiti siano così gravi da giustificare il licenziamento in tronco, arrivando a minare alla base la fiducia del datore di lavoro nei confronti del lavoratore.

Nel caso di specie, prosegue la Corte, nè dal punto di vista oggettivo (i beni aziendali e il loro valore) e neppure soggettivo (la consapevolezza dei lavoratori) si può ritenere legittimo il licenziamento; inoltre, nonostante la condanna in sede penale, il giudice del lavoro deve valutare i fatti in modo autonomo, avendo i due istituti (quello penale e quello privatistico) due finalità e presupposti opposti.

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